Atei e Agnostici
Tertium non datur?
In un famoso testo di filosofia della scienza, a un certo punto, en passant, Bas van Fraassen (1980) sostiene che molto probabilmente un ateo, un agnostico e un credente concorderanno sul significato della proposizione “Dio esiste”. van Fraassen non dà seguito alla discussione, e non vorrei farvi credere che il suo libro sia una discussione su dio o la fenomenologia della credenza religiosa1. Oggi però voglio cogliere l’occasione della sua interessante formulazione per fare un breve discorso sulle varie posizioni scettiche sull’esistenza di Dio, ovvero quelle posizioni che ne mettono in dubbio l’esistenza: nel dibattito pubblico sono due, ateismo e agnosticismo. In particolare io sostengo una posizione che non è né atea né agnostica ma nemmeno religiosa, e che non sento mai presa in considerazione nel dibattito sull’esistenza di Dio.
Seguendo van Fraassen, teismo, ateismo e agnosticismo si qualificano per la risposta che forniscono alla stessa domanda: “Dio esiste?”. Un teista risponderà di sì, un ateo risponderà di no, e un agnostico risponderà “non so”, sospendendo il giudizio. Mi sembra però che vi sia un’altra posizione possibile: rigettare la domanda. Una caratteristica che ho sempre mal sopportato di ateismo e agnosticismo è che, pur proponendo risposte scettiche con il cui effetto pratico mi trovo d’accordo, si accetta comunque il campo di gioco del teista. L’effetto nella vita concreta della credenza atea o agnostica sarà certo diverso da quello del teista, perché né un ateo né un agnostico si impegnano ad accettare nella loro visione del mondo un’entità divina. Ma rispondere a una domanda vuol dire comunque accettarne i termini e le condizioni.
Scendendo nei particolari, accettare quei termini e condizioni implica delle responsabilità discorsive: è, ad esempio, l’ateo ad avere un onere della prova difficile da sostenere quando nega l’esistenza di Dio con grande vigore. Un onere della prova di fatti analogo a quello del teista. Rispondere con un sonoro “no” alla domanda se Dio esista, vuol dire disporre di una prova della non esistenza, la stessa che chiederemmo al teista che afferma che, invece, Dio c’è eccome. L’agnostico, più cauto, riconoscendo la non esistenza di una dimostrazione in entrambi i versi sospende il giudizio. Dice “non so”, in attesa di ulteriori prove.
Alcuni atei obiettano che non serve una dimostrazione di non esistenza per rigettare l’esistenza di Dio, perché basta costatare che il teista non ha dimostrazioni dell’esistenza di Dio per rigettarne l’esistenza. Questo è ovviamente un errore logico: non si può passare dalla non esistenza della dimostrazione alla dimostrazione della non esistenza così alla leggera.
Una strategia più difendibile sarebbe la posizione che io chiamo “ateismo pragmatico”, ovvero sostenere che non abbiamo bisogno di postulare l’esistenza di Dio e, a tutti i fini pragmatici, possiamo rigettare Dio come non esistente, esattamente come rigettiamo pragmaticamente la non esistenza di una teiera tra Marte e Giove, pur senza disporre di una dimostrazione della sua non esistenza. Questa proposta è molto convincente e mi sento di sposarla. Ai fini pragmatici, si può essere atei senza dover avere l’onere di una prova di non esistenza. Posso rigettare alla leggere l’esistenza di qualcosa senza dare prove della non esistenza perché se così non fosse saremo tutti continuamente impegnati a fornire prove della non esistenza di tutto quello che supponiamo ragionevolmente non esistere (come la teiera tra Marte e Giove resa famosa da Bertrand Russell).
Un agnostico dirà che in realtà rispetto a tutte le cose che non esistono siamo non atei ma agnostici, proprio perché non disponiamo di una prova di non esistenza. Penso che l’agnostico prenda troppo sul serio la pratica di fornire prove di non esistenza e tracci una simmetria logica tra esistenza e non esistenza che ha senso solo nei libri di logica ma non nel mondo reale. La sua posizione rimane valida sul piano logico anche se è troppo puntigliosa sul piano pragmatico, dove un agnostico si comporterà proprio come un ateo riguardo a divinità e teiere spaziali. Assumerà, quindi, che entità improbabile è come se non esistessero affatto.
Ma se, pragmaticamente, converrà dirci atei, logicamente siamo ancora in alto mare. L’ateismo continua ad essere insoddisfacente. L’agnosticismo sembra andare nella giusta direzione, ma gli manca ancora qualcosa. Come dicevamo l’agnostico continua ad accettare la legittimità della domanda su Dio, ma questa accettazione non è neutra perchè implica prima di tutto che la proposizione “Dio esiste” ha un valore di verità.
Non significa che quel valore di verità sia già accertato, ma che glielo si può assegnare. Si può dire che sia vera o falsa. La mia tesi è che questa cosa sia impossibile da fare. In altre parole, è impossibile assegnare un valore di verità alla proposizione “Dio esiste” perché non si capisce cosa dovrebbe voler dire “Dio”. In quali condizioni è soddisfatta la verità della proposizione? Cosa è Dio? Quando sappiamo di averne visto uno?
Il teista esperto di filosofia della scienza potrebbe allora obiettare: è un mito che, mettiamo, nella scienza (il paradigma di atei e agnostici per la conoscenza affidabile), gli scienziati definiscano in anticipo la cosa da cercare. In altre parole, è proprio dopo aver cercato, che abbiamo una definizione vera della cosa scoperta, e il non iniziare con una definizione della cosa da cercare è spesso una condizione necessaria perché si parli di ricerca (perché se sapessimo già cosa vogliamo non lo cercheremmo affatto).
Questa può sembrare una buona obiezione ma non tiene conto della pratica concreta della scienza. Anche se non sempre si parte con la definizione di ciò che si cerca, in buona misura la pratica scientifica consiste nel formulare definizione e testarle. Questo succede perché le definizioni, fornendo condizioni necessarie e sufficienti all’individuazione di qualcosa, offrono criteri di verifica intuitivi. Se definisco “elettrone” come un oggetto che posso trovare alle ore 18.57 in Piazza Duomo a Milano ogni giorno dal lunedì al venerdì nello spazio compreso tra Palazzo Reale e l’incrocio di Via Torino, avrò un criterio per accertare l’ipotesi definitoria.
Ciò che dunque si richiede al teista è una definizione di “Dio” che sia testabile. Finché non ce l’abbiamo, possiamo tranquillamente rigettare la domanda come malposta. Così anche le risposte diventano superflue, dal punto di vita logico. Come diceva Wittgenstein, la risposta a un non senso è un non senso.
Per chi fosse interessato: il libro, “The Scientific Image”, tratta del tema del realismo scientifico. Si chiede, cioè, se abbia senso postulare che le nostre migliori teorie scientifiche siano vere. La risposta di van Fraassen è che non ha senso e dovremmo al massimo accontentarci che siano empiricamente adeguate. La sua è una posizione anti realista senza per questo essere scettica. Lui la chiamava “empirismo costruttivo”.




Ciao Angelo! Bel pezzo e tema interessante, anche se non sono d'accordo. Due punti:
1) Io credo che moltissimi atei siano atei pragmatici, ma non nel senso che indichi tu. Un ateo pragmatico nel mio senso è qualcuno che non crede a Dio semplicemente perchè, valutando le proprie conoscenze ed evidenze, la non-esistenza di dio gli sembra la credenza più probabile. Nel momento in cui questo stato di cose cambiasse, un ateo pragmatico cambierebbe semplicemente opinione. Io mi ritengo uno di loro. Gli anti-teisti fanatici che negano l'esistenza di dio con vigore sono, mia percezione ovviamente, una minoranza e spesso motivata da rancori personali anti-clericali. Trovo questa posizione più convincente della tua per 2).
2) Considerare una domanda riguardo l'esistenza di un ente ambiguo come filosoficamente illegittima o non intelligibile (e che va quindi rigettata) mi suona sospetto. Metti, assieme a dio, nel paniere degli enti ambigui anche la proposizione "Dark Souls è un brutto gioco", il numero 47 e una ragione per agire. Esistono le ragioni per agire? Esistono le proposizioni? Esistono i numeri? Trovo queste domande filosoficamente interessanti e perfettamente comprensibili (come molti altri). Questi enti ambigui sono difficilmente definibili in modi, come definisci tu, "testabili"; e la loro esistenza non può essere ridotta a una posizione spazio temporale (non puoi incontrare la normatività sotto il duomo di Milano). Ne consegue che se la domanda sull'esistenza di Dio è da rigettare, assieme ad essa sono da rigettare un sacco di domande che io non voglio rigettare. Se la domanda "x esiste?" è intelligibile solo quando è possibile una facile definizione testabile di x, allora la domanda perde la maggior parte del suo interesse filosofico.
Spero di re-incrociarti prima o poi! (Io sto a Roma ora).
Ciao
Dani
Genuinamente l'articolo più ben argomentato, interessante e complesso che io abbia letto su questa piattaforma. Complimenti!